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Aree protette, nuove norme per la tutela
Come sempre in ritardo sui processi di innovazione culturale e normativo, il nostro Paese si attarda sul cambiamento storico della missione delle aree protette lanciato nel 2001 da Adrian Phillips (presidente dell’Iucn Wcpa), consacrato e sviluppato nella conferenza mondiale di Durban nel settembre 2003.
Il nuovo paradigma per le aree protette è “lavorare con, per e mediante le comunità locali, occuparsi meno dei visitatori e più degli attori locali, spostare l’attenzione sulle reti e le connessioni” su questi nuovi approcci la conferenza mondiale per le aree protette ha fatto emergere con chiarezza almeno due indicazioni rilevanti sulle altre:
- il definitivo superamento delle concezioni insulari delle aree protette, in favore di una vera e propria territorializzazione delle politiche che le riguardano, basata sul riconoscimento che esse fanno parte inscindibile di più vasti sistemi ecologici, economici, sociali e culturali;
- il pieno riconoscimento della inseparabilità dei problemi ambientali a tutti i livelli da quelli sociali ed economici, e quindi delle politiche di conservazione da quelle volte a promuovere lo sviluppo sostenibile.
Rispetto a questi principi unanimemente approvati e condivisi a Durban è evidente la distonia con la legge quadro sulle aree protette (394/91) sia in termini di finalità ed obiettivi che di modello strutturale di governament e governance. L’Italia deve prendere atto che la legge quadro è superata sia rispetto alle indicazioni internazionale, ma soprattutto a livello europeo e gli Enti parco non rappresentano più la funzione per la quale erano nati avendo in questi ultimi anni, consapevolmente ignorato e rinviato ogni adeguamento culturale e normativo (decreto legislativo 29 ottobre 1999, numero 419 “Riordinamento del sistema degli enti pubblici nazionali, della legge 15 marzo 1997, numero 59”, attuazione del Dpr 97/2003), pur ormai superato nel modello di gestione della Pubblica amministrazione moderna e qualificata (Direttiva del 3 luglio 2007 per una Pubblica amministrazione di qualità). Certo, queste norme, portavano automaticamente ad un massimo di sette membri nel Consiglio direttivo dei Parchi (rispetto agli attuali dodici), modificando sostanzialmente modello gestionale (autovalutazione) e autonomia. Quindi meno poltrone, meno ruolo e gestione del “governo” nazionale sugli Enti parco, visto che sarebbero venute meno proprio le nomine “ministeriali” (negli anni “protette” da una consapevole e dirigistica burocrazia nazionale che ha saputo ben garantire tre governi diversi).
E’ evidente in queste condizioni l’immobilismo e l’incapacità della classe politica ad innovare, ma soprattutto ad allinearsi ai modelli condivisi e attuati in tutto il mondo. Personalmente credo che, se non si interviene in maniera determinata e profonda, alla lunga tutto ricadrà sui parchi che gradualmente vedranno affievolirsi autorevolezza e ruolo proprio nei rapporti con i territori (cittadini e attori sociali) delle aree protette. Nel 2004, all’ottava conferenza delle Parti in Kuala Lumpur, è stato adottato un programma di lavoro per le Aree Protette, parole chiave adottate: “connessioni”, “paesaggio”, “comunità umane”. Intanto rimane nell’opinione pubblica italiana, negli attuali apparati burocratici nazionali e nelle attuali gestioni delle aree protette italiane, una concezione delle aree protette vincolistica circa la loro gestione e l’accesso all’uomo. Questo è considerato in Italia come il modo più efficace per assicurare la continua sopravvivenza per le importanti caratteristiche ecologiche presenti. Con questo approccio oltre a non considerare gli indirizzi internazionali, si negano i valori, la storia, la cultura locale e non si costruisce la necessaria partecipazione e condivisione identitaria per un orgoglioso rispetto e tutela della natura. A tal proposito è di questi giorni la polemica nel Parco del Cilento e Vallo di Diano sull’evento “La notte del Mito”, annullato dall’Ente Parco per “rischio di danno ambientale”. E’ mio dovere per il mio impegno passato, rendere coerenza a un’azione di rispetto di tale evento ormai storico per il territorio, trovando le idonee forme di “mitigazione” come a suo tempo fatto per le tante strutture balneari presenti sullo stesso sito di interesse comunitario scongiurando il rischio di infrazione comunitaria presso gli organi preposti in accordo con le istituzioni e gli attori locali (Comune di Camerota, Comunità Lambro e Mingardo, associazione Balneari) con un costante e continuo monitoraggio. Credo che le associazioni ambientaliste su questi temi devono fare molto di più e meglio e non avere gli occhi orientati alle aspettative di posti nei Consigli direttivi degli Enti parco sui quali mi permetto di consigliare una seria riflessione prima di poter parlare. L’Europa ci propone nuovi modelli e nuove iniziative per costruire la capacità di relazionarsi e partecipare il territorio e i suoi abitanti. In questa direzione un importante approccio, recentemente ratificato dallo Stato italiano è la Convenzione europea del Paesaggio. Questo accordo propone di promuovere la protezione del paesaggio europeo, la gestione e pianificazione attraverso attività di sensibilizzazione, informazione e formazione che rappresentano le vere sfide per scommettere su uno dei più importanti Patrimoni del Paese, in maniera moderna e innovativa.
*direttore della Scuola
di alta formazione
della Pubblica amministrazione
delle Aree protette
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